Tintura naturale

L'associazione culturale Okelum può offrire dimostrazioni e ricostruzioni della tintura con i coloranti in uso nell'età del Ferro durante gli eventi cui partecipa, ed organizzare altresì su richiesta stages con modalità da concordare.

 

La tintura delle fibre naturali è un’arte molto antica, che nasce da necessità estetiche, ornamentali, artistiche e rituali.

Rinvenimenti archeologici di materiale colorante all’interno di resti di recipienti e frammenti di tessuti tinti provengono dai siti preistorici di Ledro, in Trentino, e Salisburgo, in Austria; questi ritrovamenti documentano l’uso di coloranti quali robbia (Rubia tinctorum), guado (Isatis tinctoria), e uva ursina (Arctostaphylos uva-ursi).

Alcuni archeologi suppongono che la tintura fosse diffusa sin dal Neolitico e che venisse realizzata con l’impiego di foglie, fiori, cortecce, radici e frutti di diverse piante.

Purtroppo, a causa della loro estrema degradabilità, le tinture di origine vegetale non si sono conservate  sui manufatti di questo periodo, così come gli stessi tessuti sui quali dovevano essere state impiegate.

Eccezionali ritrovamenti di epoche più recenti (età del Bronzo e del Ferro), come i tessuti di lino e lana colorati  di blu e ritrovati nelle miniere di salgemma di Durnberg, Austria, consentono di affermare con buona certezza l’utilizzo di pigmenti per queste fasi della preistoria, e testimoniano la presenza di una vastissima gamma di colori.

 

Il metodo più antico di tintura doveva avvenire tramite fermentazione, ossia lasciando macerare la sostanza vegetale con il colorante in acqua tiepida per favorire l’azione di batteri ed enzimi e quindi la formazione di un ambiente adatto al fissaggio del colore alle fibre.

Le stoffe o i filati venivano immersi per più giorni in questo “bagno di colore”, andando ad assorbire il colorante fino a saturarsi.

Questa pratica però doveva dare buoni risultati solo con prodotti ricchi di tannini, come licheni, scorze e galle.

 

Nella maggior parte dei casi i coloranti estratti dalle piante non sono chimicamente compatibili con le fibre, se queste non vengono dapprima trattate con particolari sostanze, dette mordenti.

Allo scopo si usavano urina umana e animale, argilla, acqua marina e cenere. Altri mordenti erano i tannini ottenuti ad esempio dalla bollitura della corteccia di quercia, nocciolo e ontano.

Un altro mordente diffusosi dall’Egitto dal 2000 a.C è l’allume di potassio, detto anche “allume di rocca”, presente in grossi depositi minerari nell’Egitto stesso e particolarmente adatto alla mordenzatura della lana.

 

Il procedimento di colorazione prevedeva quindi il lavaggio e l’asciugatura delle matasse di filato o delle pezze di tessuto, sottoposte a mordenzatura, e infine immerse nel bagno di tintura.

Il colore finale dipendeva da più fattori: influiva la parte della pianta usata ed il periodo di raccolta, il tipo di mordente, la temperatura dei bagni e la qualità della fibra. 

La flora spontanea poteva offrire numerose piante in grado di tingere tessuti e pelli. 

(Testi a cura di Giulia Berruto)

 

I colori e i coloranti al tempo dei Celti...un approfondimento

 

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