La metallurgia e la rievocazione storica

 

Quando per passione ci si trova a riportare in vita gesti di persone vissute migliaia di anni fa, viene naturale pensare a come possano aver creato vere e proprie opere d’arte con mezzi miserrimi.

Quindi è, altresì comprensibile, che nasca l’immediato il desiderio di capire, sperimentando fisicamente, le difficoltà e le problematiche che dovettero affrontare i nostri antenati.

La metallurgia, indubbiamente, è uno degli aspetti della vita antica che possiede più fascino, anche per il fatto che si è portati a maneggiare materiali incandescenti.

Lavorando i metalli, ripensando a come avrebbe potuto essere l’approccio di un uomo dell’età del Ferro, viene istintivo collegare le gesta del fabbro e la sua arte, con il regno del soprannaturale.

Risparmio in questa sede tutto il compendio storico che ha portato le varie civiltà, tra le quali quella Celtica, al padroneggiare questa, per l’epoca,  tecnologia innovativa.

Come informazione generale basta ricordarsi che come tutte le scoperte umane hanno una base di esperienza e moltissima componente casuale.

Non si arriva al ferro di punto in bianco, come tutte le cose che appartengono alla storia, ci si arriva per gradi, costellando le scoperte con moltissimi fallimenti, e con qualche successo, che forma l’esperienza diretta, cioè la forma empirica.

Nella metallurgia, avventura iniziata, per l’ambito europeo, circa 6000 anni fa (4000 a.C.), si incomincia col rame, per poi passare al bronzo, per giungere infine al ferro.

Tuttavia queste tecniche non hanno confini netti, ma si intersecano, coesistendo tranquillamente per secoli.

Ma veniamo al nostro protagonista, il ferro, non tutti sanno che tra i primi uomini a lavorarlo sono stati gli africani, attorno al 3500 a.C., persino Tutankhamon possedeva un coltellaccio in ferro con lama da 35 cm ritrovato nel suo sarcofago risalente al 1350 a.C., cioè, in piena età del bronzo.

Invece, in Europa, l’uso di questa materia prima si attesta attorno al 600-500 a.C.

Anche se la massima perizia, per la fase protostorica, nel padroneggiare questa tecnologia, è stata raggiunta nell’epoca Lateniana [dal sito di La Téne (Neuchatel-CH)].

Comprensibile, quindi che introdurre delle semplici tecniche di lavorazione, possa risultare interessante sotto il profilo della divulgazione e della filosofia che permea l’ambito della “living history”.

Ecco perché, il nostro gruppo, dopo anni di esperienza con gruppi esteri, di indubbia preparazione (Germania, Francia), ha sentito l’esigenza, non soltanto di “maneggiare” il metallo, attraverso i combattimenti simulati, ma anche “lavorarlo”, per proporre al pubblico un’attività divulgativa interessante e ricca di fascino.

Abbiamo così creato una forgia da campo, contestualizzata in un ambito migratorio, esplorativo, di spostamento per scopi bellici o di semplice ricerca di pascoli migliori.

In questo caso, il compito del fabbro non era quello di creare ex-novo attrezzi da offesa, come le spade, ma di fornire alla comunità in viaggio, supporto per riparazioni di armi eventualmente danneggiate, creazione di utensili, o, per esempio, di punte di freccia per procacciarsi il cibo o per difesa.

Essendo questo il contesto, va da se, che la forgia stessa non fosse strutturata per lavori lunghi e ponderosi, come in insediamenti stanziali (i villaggi) che permettevano l’organizzazione del lavoro in modo più efficiente (l’officina, o la fucina), ma, piuttosto per lavori agili, dato il concetto di portabilità con la quale essa veniva concepita.

Esaminiamola meglio:

essa è costituita da 2 mantici da circa 40 litri posti ad una certa distanza, questi soffiano alternativamente, per consentire una continuità del flusso, sfruttando un condotto interrato (costituito da tubi in legno incavato, terminanti in dei coni di argilla refrattaria per resistere al calore, nei pressi del focolare).

I tubi, dicevamo, soffiano in un pozzetto scavato direttamente nel terreno, coperto con una griglia in materiale refrattario o, a volte, in metallo (anche se, preferibilmente, il metallo veniva usato per costruire oggetti) allo scopo di impedire al carbone di ricadere nel pozzetto, permettendo, tuttavia, il passaggio dell’aria.

Le fonti e i ritrovamenti non consentono di appurare se venisse o meno impiegato il carbone fossile, sicuramente poteva essere impiegato del normale carbone di legna che, anche se si consuma in fretta e produce molte scintille, consente agevolmente di raggiungere (grazie all’aria insufflata) temperature sufficientemente alte da portare in temperatura l’oggetto da battere o da costruire.

Il resto del corredo consta nell’incudine, molto diversa da quella comunemente conosciuta (a “corna”), costituita da un prisma in metallo, una sorta di piramide rovesciata,  su cui il fabbro lavorava.

Per costruire pezzi tondi, o curvi venivano impiegati particolari attrezzi da usare insieme all’incudine.

Completano il tutto martelli e pinze metalliche del tutto simili, lo testimoniano i ritrovamenti, a quelle tutt’ora utilizzate dalle moderne fucine.

In questo modo, cerchiamo di offrire al pubblico la visione dell’aspetto artigianale che faceva parte integrante della vita dei popoli naturali, assieme ad altre attività che esulano dal più noto e coreografico ambito bellico.

Questo allo scopo di meglio comprendere e divulgare la vita dei primi popoli europei, contraddistinti, non tanto da un’omogeneità politica (in quanto, in caso contrario si tratterebbe di “civiltà” nel senso stretto del termine) quanto da un’omogeneità culturale e religiosa, di mode e di usi.

 

(Testo a cura di Gianluca Calamai)

Immagine da Materdea video - Creative Commons (diritti riservati)
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